testo di Igor Zanti
ELUDENDO mostra collettiva - Biella 12 febbraio| 20 marzo 2009
Se in latino il significato principale di eludere, che si forma dalla radice di ludo, ludis ( giocare), è di prendersi gioco, schernire, in italiano, con l’evolversi della lingua, il verbo ha assunto, per estensione, il significato di evitare, schivare con astuzia.
Proprio in questa apparente discrepanza che si crea tra latino e italiano si cela la chiave necessaria per comprendere i lavori esposti in mostra.
Vania Elettra Tam, il gruppo di Hackatao, Ivan Lardschneider, Stefano Bolcato e Alessandro Pianca, possono apparire, per tecnica, gusto e ricerca, artisti molto differenti tra loro e con difficoltà, ad un primo sguardo, si potrà comprendere quale sia l’elemento comune tra loro. Tale elemento lo si può individuare riflettendo proprio sui significati di eludere.
Questi cinque artisti hanno in comune una tendenza a confondere lo spettatore divertendo, nel tentativo di celare sotto una veste giocosa un messaggio a tratti drammatico ed una consapevole riflessione sul mondo che li circonda.
L’azione dell’eludere diviene, in questo senso, componente fondamentale della ricerca artistica di ciascun autore ed è un habitus espressivo, una sorta di metaforico mantello dell’invisibilità, di costume da giullare, che permette la libertà e la sfrontatezza della pasquinata, senza però tralasciare una un’analisi matura ed, a tratti, disincantata, della realtà che ci circonda.
In questo senso si può comprendere come, attraverso una materia pittorica di forte ascendenza neofigurativa, Vania Elttra Tam ritragga scene di vita domestica, concentrandosi sulla drammatica condizione della donna che, relegata tra le mura della propria abitazione, cerca, anche solo con l’immaginazione, una via di fuga dalla quotidianità.
Immediati e naturali punti di riferimento e fonti di ispirazione della Tam sono i capolavori e i topoi iconografici dell’arte antica, in un sottile e continuo rimando semantico e iconologico tra antico e moderno, tra realtà e finzione, tra serio e faceto.
Può essere forse accostato alla Tam, per la qualità della materia pittorica e per un simile sentire e rapportarsi con la realtà quotidiana, il lavoro dell’artista romano Stefano Bolcato.
Se per Vania la realtà viene ritratta nella sua oggettività e trasfigurata attraverso l’utilizzo di somiglianze, rimandi, non sense visivi, nelle opere di Bolcato vi è un assunto di partenza, un filtro che, come una lente diaframmatica, riconduce la realtà alla dimensione ultraumana, o forse post-umana, del mondo di plastica della Lego.
I personaggi e gli elementi della famosa ditta di giocattoli danese divengono interpreti di curiose e curate scene di vita più o meno quotidiana. Ogni immagine, talvolta in netto contrasto con l’aspetto intrinsecamente giocoso, nasce da una riflessione dell’artista sulla precarietà della condizione umana e delle sue certezze, che possono essere smontate, proprio come una costruzione di mattoncini Lego, con grande facilità.
Il collettivo artistico Hackatao, composto da Nadia Squarci, Claudia Pegoraro e Sergio Scalet, ha incentrato la propria ricerca artistica su un personaggio feticcio: il Podmork.
I tre artisti hanno creato dal nulla una serie di toys di ispirazione extraterrestre e gli hanno affidato il compito di divenire, al tempo stesso, cantori e censori della società contemporanea. I Podmork sono un progetto a trecentosessanta gradi che coinvolge non solo la pittura e la scultura, ma anche il web ed il video. Nelle intenzioni degli Hackatao, i Podmork divengono degli alter ego, delle ideali maschere teatrali che permettono di osservare e cercare di correggere le ingiustizie del mondo che ci circonda. Lo spunto concettuale degli autori si lega a doppio filo con un’idea di sapore vagamente messianico, ponendo il destino dell’umanità e la sua redenzione in una salvifica ed extraterrestre invasione. Dietro ad ogni Podmork si cela però, fatta salva la metafora, una umanistica e mirandoliana fiducia nell’uomo che diviene il fulcro e l’elemento dominante della ricerca del collettivo artistico.
Sempre sulla via di una trasfigurazione della realtà in senso giocoso e di una contingenza con un immaginario legato all’infanzia che diviene, con accenti alla Rousseau, un ideale estetico e etico, si svolge la ricerca artistica dello scultore altoatesino Ivan Lardschneider.
Lardschneider, recuperando la ricca tradizione dei maestri d’ascia e degli intagliatori dell’Alto Adige, si confronta con la scultura in legno, dando vita a personaggi solitari ed inquieti, intrinseche riflessioni sul magico e misterioso mondo infantile, dove un accento poetico di ispirazione magrittiana e foloniana, si fonde con una ricerca di sapore vagamente new pop.
Se il gioco o il giocattolo per tutti gli artisti trattati fino ad ora è un mezzo necessario e imprescindibile per fornire una propria personale visione della realtà, per Alessandro Pianca, artista di origini torinesi, diviene parte di una inconsueta sineddoche che interessa un’ intera generazione. Il robot, passatempo prediletto da milioni bambini degli anni ’70 ed intrinseco simbolo di una rinnovata fiducia post-posivitivistica nelle potenzialità umane, viene posto dall’artista in equilibrio precario su una fragile realtà di cristallo, proprio come la generazione a cavallo tra i trenta e i quaranta che, abbandonata l’ambizione delle guerre stellari e riposte lame rotanti e missili fotonici , si trova nell’incertezza di un futuro fragile e scivoloso come vetro bagnato.
Come diceva il saggio Confucio: “nulla è più visibile di quello che è nascosto”, e forse questo gruppo di artisti, prendendosi gioco solo per un momento dello spettatore ed eludendo il suo immediato e categorico giudizio, ha avuto la possibilità di recuperare il ruolo di cantore privilegiato dei mille e contraddittori aspetti della società contemporanea.