di Mario Gerosa testo estratto dal catalogo della mostra collettiva

 

ART HAPPENS NOW la giovane arte italiana al tempo del web 2.0   8 maggio | 21 giugno 2009

 

curata da Smartarea (www.smartarea.it)

 

 

Consentono di entrare immediatamente in ambito ludico i soggetti dei dipinti di Stefano Bolcato, che sceglie per le sue opere gli omini del Lego. Bolcato li mette in posa per farli vivere, per immergerli in una loro quotidianità, per esimerli dai ruoli stereotipati prescritti dalle fotografie pubblicate sulle scatole in cui vengono venduti. È un tentativo del personaggio ludico di appropriarsi di un'identità quasi complessa.

Quella di Bolcato è anche una pittura apparentemente giocosa, che sceglie come soggetti degli avatar ante litteram; non gli avatar di Second Life - universo virtuale ormai storicizzato che vanta una pletora di artisti, di esegeti e di esegeti-artisti -, ma quelli dei mondi altrettanto virtuali dei cataloghi di giocattoli. Questi nuovi vecchi avatar hanno spesso le sembianze dei personaggi del Lego, omini il cui volto è appena abbozzato, ridotto a poche linee, un po' come succede negli emoticon, le faccine dalle mille emozioni stereotipate. Danno vita a una pittura fredda, anti-fisiognomica e anti-emozionale, dove le uniche vere caratterizzazioni sono concesse ai luoghi. Gli spazi vengono connotati in modo forte, la gente sempre meno. E a far capire come sia una persona (semivirtuale) non è il suo volto, bensì il contesto e gli accessori che gli fanno da corredo. In questo tipo di arte la gente (vera o finta che sia) viene raccontata attraverso gli oggetti, grazie alle cose che si possiedono.

Prende così vita una nuova idea di natura morta, di cui fanno parte non solo gli oggetti, ma anche i personaggi, dato che alla fine anche i personaggi ritratti in queste opere sono oggetti, sono uomini con un cuore e un volto di plastica. In tal senso gli omini di Lego, scelti da Bolcato per le nuove nature morte, assurgono anche al ruolo di vanitas, con la stessa valenza di un teschio di Francesco Solimena o di Damien Hirst.

L'insistere sugli oggetti che fanno da corredo ai personaggi ci porta dritti dritti al concetto di collezione. La raccolta, come viene vissuta oggi, è l'attualizzazione della camera delle meraviglie, una wunderkammer pop da grande magazzino che dice molto di noi, ci racconta, al punto che si sostituisce a noi stessi e diventa il nostro vero avatar, la nostra proiezione privilegiata, la versione di noi visti come oggetti. Un concetto, quello di collezione, assai affine a quello di archivio, di contenitore, preferibilmente senza fondo.