text Fabio Pinelli

 

BIG BANG  Fabrica - Roma 28 febbraio | 25 marzo 2008

 

   

 (And what if the world really did just  end  with a whimper)

 

Since 2007 Bolcato has experimented with a certain contemporary pop style in his paintings. Having so far abandoned melancholic landscapes and deserted industrial warehouses today he makes volumes and prime colours explode on his canvasses hinting at and making us partecipate in  an industrial and glossy world. The painting called Big-Bang which introduces these twenty works in this exhibition is therefore an energetic frequency disjunction of a world made of plastic. Our sudden emotion is triggered by colours but yet subdued and disoriented by those rigid little faces that are not at all distant but actually familiar. What are these puppets doing here? Awaiting glances, the secret of a woman on the floor with a nearby remote control, two men (?) hitting each other, a knife. "Gee, how's that no one has seen anything?! They were so well-mannered!"”… Toys now take over the role of impersonating a new Comedie humaine as Bertall’s unsettling drawings for Balzac’s novel did in the nineteenth century. Bolcato stages these daily scenes by setting up real  LEGO model performances. Therefore  they get photographed to then be used for oil and acrylic colour paintings. He himself takes part in  this fast, careless chronicle made of rapid notions as they ought to be considerede for   no longer than two minutes. The time between  subway stops. He frames those volumes as a vulture-like reporter waiting to pick on and seize each  event; one click and it all gets  stashed into the archive. But as in  grand reportage photography there is never complacency. Everything is exhibited here with no need for tearful indulgence/ the indulgence of tears.Technological development and likely a new explosion.(?) The work acts in a similar way to Ballard and Huxley’s science fiction of the mid 1900s with its irony focused on the dangers of a ghastly future. But what  these paintings show  us is  a much sleeker and sharper masked reality made of subtle or mean distrusts(mistrust?), temporary jobs and silenced deaths on working sites..building sites or in the work place. In such a tragic-pop ambience Stefano Bolcato does not yield to any form of redemption, not even to Warhol's glamorous and yet short one. Fifteen minutes of fame are now just enough  time for a coffee break.

 

(E se invece il mondo finisse veramente con un piagnucolìo?)

 

Stefano Bolcato dal 2007 sperimenta  un certo stile Pop nella sua pittura contemporanea.  Lasciati per ora i paesaggi malinconici e le architetture singolarizzate, oggi fa esplodere sulla tela un figurativo volumetrico di colori acetati che ritagliano e scandiscono un mondo parallelo lucido e industriale. Il Big Bang che introduce le venti  tele qui in mostra  è l’alternarsi della frequenza energetica di questo mondo  fatto di plastica. Tutta l’emozione primaria che risente dei colori è subito sommessa e stordita da quell’irrigidirsi di faccine per nulla lontane, anzi familiari. Cos’è che fanno questi pupazzi? Sguardi in attesa, il segreto di una donna a terra col telecomando poco lontano, due uomini(?)che si picchiano, un coltello. “Ma santo iddio, che poi nessuna abbia visto nulla?! ; erano cosi perbene”…  Ai giocattoli viene dato l’inconsueto ruolo d’interpretare una nuova Comédie humaine  come nell ‘800 facevano le illustrazioni di Bertall per Honoré de Balzac.  Bolcato prepara  le sue scene di vita costruendo delle performance di veri modellini LEGO che vengono fotografati per creare, successivamente alle foto,  i dipinti a olio e ad acrilico. Partecipa egli stesso quindi  a una cronaca spicciola, veloce, fatta di rapide nozioni la cui lettura non deve superare i due minuti… il tempo di una fermata del metrò.  Inquadra quei volumi come il reporter che si aggira rapace sul fenomeno ;  scatta e tutto finisce in archivio. Ma anche nella grande fotografia giornalistica non c’è mai compiacimento. Il molteplice è qui in mostra senza bisogno di calcare la mano e impietosire. Sviluppo tecnologico e probabilmente una nuova esplosione. Così  la science-fiction di Ballard, o di Huxley ironizzava già nella metà del ‘900 sui pericoli di un nefasto mondo futuro, ma tutto ciò che questi dipinti ci mostrano sono maschere di verità molto più semplici;  fatte di meste o misere diffidenze, di lavori interinali a progetto, di tre morti al giorno sul lavoro. In questa Pop- tragicità Stefano Bolcato non ammette neanche la redenzione glamour delle star di Warhol. Il quarto d’ora di celebrità è ora, al massimo, quello di una pausa caffè…

 

 

 

Fuoriluogo - Studiomiani | Roma 8 | 9 aprile 2006

 

Dalla pittura di Stefano Bolcato emergono singolarità che rimandano all’idea di confine. In fondo è questo che caratterizza le immagini di solitaria rarefazione che l’artista ama dipingere. Il confine che instaura l’identità incerta e mai spavalda dei suoi soggetti viene spesso lavorato con dispendio di accortezze cromatiche (un muro di recinzione trattato con pennellate che scompongono il colore ad esempio). Ma proprio sul margine di questi confini si avvertono spazi sospesi, finestre senza imposte, buchi neri, porte cieche e scure che in sottofondo fanno da spia al lato b di un mondo dalla nettezza cromatica festosa e spensierata. Stefano dipinge per riempirsi gli occhi di colore, eppure questo è rigorosamente veicolato da una linea che geometrizza spazialità solide. Questi spazi, che variano da archeologie industriali a paesaggi costieri, ci interrogano sul senso della nostra percezione spesso confusa. Lo spazio cosi singolarizzato viene interpretato da Bolcato con una continua domanda; lo interroga ma ritiene opportuno dar voce anche a quello che solitamente è silenzioso. Il presentimento di un cambiamento di stile si avverte nello studio dove Stefano lavora. Mi mostra una tela che rimane in abbozzo da un po’ di tempo ormai: “Riguarderebbe qualcosa che ha a che fare con l’infanzia e la pena di morte…” mi dice. Forse questo è un tentativo di saltare fuori dal compromesso tranquillizzante della rappresentabilità mimetica, il passaggio concreto dopo un ascolto interiore quindi, dove la percezione della realtà non sia più sentita come dogma figurativo, ma apra ad un’ esperienza intima e mai riducibile a un senso univoco.